Uscire dalla cattività (mentale) è possibile?

claudia liccardo siate sovrani

Non riuscivo a dormire, mi preparavo psicologicamente ad una nuova settimana in cui avrei sicuramente avuto il feed pieno di virologi dell’ultim’ora e copia-incolla spasmodici.

L’espressione di cattiveria che si stava reiterando nei post mi ricordava gli agguati degli animali. 

Cattiveria e cattività: le due keywords che mi si fissarono nel cervello. E forse non fu un caso perché l’etimologia delle parole era la stessa.

CATTIVITÀ

CATTIVO

 

Cosa significa cattiveria e cosa significa l’espressione “vivere in cattività”? 

Ancora una volta il dizionario fu il mio faro nel buio nell’attenzione all’evoluzione (psichiatrica) della società in cui stavamo… respirando.

Affievolita dalla stanchezza, la mia mente continuava a cercare risposte e cercare di dare uno slancio utile, seppur talvolta titubante, perché il rischio era che mi si apponesse un’etichetta che non volevo addosso e che non mi apparteneva in alcun modo. Non facevo parte di nessuno schieramento, avevo gli occhi analitici come se il mio cervello fosse un algoritmo.

Il sito della LAV mi spuntò fuori tra le ricerche, con un articolo molto interessante che mi rincuorò perché qualcuno prima di me aveva avuto un pensiero simile: 

Come si comportano gli Animali in cattività?

“Animali in cattività possono presentare comportamenti stereotipati (comportamenti ripetitivi privi di funzione), come camminare su e giù nelle gabbie, riconosciuta da Clubb e Mason (2003) come una stereotipia che colpisce comunemente molti carnivori, o il continuo sfregamento del mento delle orche sui vetri delle vasche, citato da Rose e Parsons (2019), ma anche autolesionismo, attività sessuali e cure parentali anomale, come osservato ad esempio da Mallapur e Choudhury (2003) in primati non umani, e maggior aggressività e tensioni sociali. Dopo solo poco più di un mese in questa condizione simile ad una cattività già ci sentiamo disorientati, annoiati e inquieti. Sui social abbiamo visto moltiplicarsi i paragoni tra noi ed altri animali detenuti in gabbia, ma c’è una sostanziale differenza: per noi tale “detenzione” è temporanea, per altri animali è una condizione che può durare tutta la vita. 

Per i Qing, il Libro dei Mutamenti dell’antica tradizione Taoista (così come suggerito dall’insegnante Oscar Valentini), l’esagramma V è quello che descrive meglio questo periodo: è attesa, ma anche nutrimento. L’attesa non dovrebbe essere inerzia o apatia, ma un investimento in noi stessi per migliorarci, per riflettere e uscire arricchiti dalla prigionia, pronti a costruire una base per una società migliore, ma anche per ripensare alla libertà: quella goduta da noi, e quella sottratta ad altri esseri viventi. 

Analogamente, la condizione di cattività in zoo e circhi per gli altri animali significa l’atrofia di molti comportamenti naturali, e stress. Tale cattività è rappresentata da un ambiente dove, seppur non presente la sfida della sopravvivenza, si presentano infatti nuove problematiche e fattori di stress, magistralmente esposti nel lavoro di Morgan e Tromborg del 2007, “Sources of stress in captivity”: gli spazi limitati e chiusi impongono forti costrizioni, vi è assenza di stimoli sensoriali naturali e presenza di sovra-stimolazioni innaturali (luce artificiale, disturbo acustico e prossimità forzata a conspecifici o ad altre specie), nonché l’impossibilità di esprimere abilità cognitive e realizzare comportamenti essenziali per la sopravvivenza in natura.”

E poi mi balenò nella testa l’immagine di un leone in gabbia, il re della giungla, il SOVRANO.

Corsi a cercare l’etimologia della parola e ne fui illuminata anche stavolta: SOVRANO “che sta sopra, più in alto di tutti gli altri”.

E quindi, anche se “in gabbia”, siate sovrani. Elevatevi rispetto a queste condivisioni con poca ricerca di fonti e tanta paura. 

Se siete in vacanza, godetevela.

Se siete a lavoro, concentratevi di più e al meglio.

Se siete liberi, riversate le vostre energie nel fare quello che vi piace di più e condividete la vostra gioia.

Fatelo per il benessere social-e comune, fatelo perché l’ottimismo è contagioso, siate da sprono per gli altri, spegnete il fuoco della cattività e non mi stancherò mai di dirlo: prima di condividere qualunque informazione, correte a cercare le fonti.

Fatelo per la vostra “dignità intellettuale”. Ancora una volta faccio appello alle vostre capacità intellettive.

Ancora una volta ci metto la faccia per chiedervi di uscire dai pericolosissimi comportamenti stereotipati dell’ultimo periodo e dall’abominevole comunicazione terroristica. Non ne siate preda, non siamo animali. 

Combattiamo insieme contro la disinformazione: andate oltre i titoli, verificate qualunque informazione, non delegate ai siti di fact check news e se questo per voi rappresenta un’inutile perdita di tempo, allora avete domande importanti da porvi: “L’interlocutore che mi sta trasmettendo un messaggio quali competenze ha? Mi posso fidare davvero? In base a cosa posso essere certo di confidare delle sue parole?”

E riportate per un attimo questo interrogativo nella vostra vita privata: quando qualcuno vi dice qualcosa gli credete ad occhi chiusi o dentro di voi vi chiedete il motivo per cui vi sta dicendo quelle affermazioni? Ha un interesse nel farlo?

Siamo in guerra, ancora. 

Guerra mediatica, guerra psicologica, guerra economica. 

Sì, è “allarme rosso” (ancora) e se non ci tuteliamo il cervello nel nostro micro-mondo, sarà difficile uscire da questa tremenda confusione in cui è immersa la società globale.

Sono davvero preoccupata per gli stati che leggo su Facebook, sugli schieramenti che si stanno definendo ogni giorno di più, sugli occhi rossi pieni di sangue di guerrieri senza armi. È davvero allarmante quello che vediamo sui social, sia della gente “comune” come noi, sia di politici, giornalisti e persone agli alti vertici.

Lo so, lo dico da anni che dovevano darci un manuale di istruzioni prima di iniziare ad utilizzare i social network. 

Potrei scrivere un trattato sul personal branding che oggi potrebbe avere troppe case histories sulla gestione della crisi. Quelli che potevano fino a qualche anno fa esserci da ESEMPIO, da inizio pandemia sono spesso diventati imbarazzanti. 

Siamo ancora in tempo, siamo SEMPRE in tempo per fare la differenza, ognuno nel suo “piccolo”.

Siate SOVRANI.